- Racconto senza vignette a causa dello sciopero del movimento dei Forconi che non ha consentito l’arrivo del camion con le vignette illustrative. -
Quando comi
nciai a calcare le travi di una bagnarola non ricordo neanche l’età che avevo. In tutta franchezza non ricordo di preciso neanche l’età che mi ritrovo adesso. Poco male. Basti sapere che ho passato talmente tanto tempo su quelle trappole galleggianti da guadagnarmi l’appellativo di Mastro. Mastro Planking, per servirvi, una vita spesa sui vascelli di Sua Maestà britannica a lisciare, pulire, incatramare e poi issare, cazzare, cimare per guadagnarmi un nome, una posizione ed una pigione da bruciare nelle peggiori bettole di tutto il Dorset e nelle scommesse ordite in gran segreto in certi dock del porto di Southampton. Credo di aver bevuto così tanto nella mia vita da poter riempire un piccolo mare di rum e mentirei se dicessi che mi è bastato, ma superiore al liquore ed alla passione per le donne è la mia conoscenza del grande mostro, il mare, e delle sue leggende. Sì, perché il mare non è quello che tutti pensano, acqua su acqua che si muove, spinto dalle correnti, sopra una massa enorme di altra acqua. Il mare è vivo, respira, si muove, si arrabbia e si placa. Le onde altro non sono che il rigonfiarsi del suo mostruoso torace, il vento ne è il fiato e le nuvole le ciglia. Può addirittura capitare, in certe notti, di sentire voci, suoni, bisbigli. Sono solo alcuni dei mille segreti nascosti dal grande mostro e delle divinità che lo popolano, lo domano e lo governano. Dei iracondi, suscettibili ed esigenti, che possono spezzarti il vascello sotto le gambe in un batter di ciglio. Di questo e di altro pensavo di aver piena conoscenza, e di altro ancora in più rispetto all’altro pocanzi etichettato come “altro” … ma non avevo ancora avuto a che fare con quell’abominio sospinto dal vento noto ai più come il leggendario Pisciranni e con la sua eretica ciurma. In quel tempo navigavamo senza sosta per i mari dei Caraibi, la brama di comando del comandante Carson ci teneva lontani dall’Inghilterra da mesi ormai ed a forza di trasportare spezie ed armi temevamo che quando ci sarebbe stato da sparare avremmo potuto confondere il cumino con la polvere da sparo. Avevamo sentito parlare di questo Pisciranni, ma, come accade per tutte le leggende avevamo le dovute contromisure, offrivamo sempre dovuti rispetti agli dei del mare, benché Carson non ne fosse poi tanto convinto, in ogni caso cercavamo in tutti i modi di evitare le isole malagueñe. Tutti sapevamo di questa oscura nave alta centinaia e centinaia di piedi con vele nere come la signora della morte ed un equipaggio di maledetti secondi per sete di arrembaggio solo al loro comandante, ma in mesi di navigazione pacifica nessuno di noi aveva avuto la sfortuna di incrociarla, e dire che di imbarcazioni ne avevamo incontrate a mai finire, tutti per lo più legnacci, niente a che vedere al nostro grande Starry Night, orgoglio della Reale Marina Britannica. Ma il destino si sa, è curioso, così come, si sa, non tutte le leggende del mare si possono vedere con gli occhi e toccare con mano, però ,ribadisco, si sa, esistono, eccome… si sa. Mancavano solo poche settimane al ritorno a casa, mai viaggio era stato più piatto e noioso, agitato solo, malauguratamente, dalla boria di Carson che non aveva occhi per se stesso e per la figura di sé che tiranneggiava sul ponte di comando della Starry Night in quel mare nient’affatto increspato. Una mattina il tempo sembrava non promettere niente di buono, grosse nuvole di tonalità preoccupanti di grigio si rincorrevano prepotentemente invogliate dal vento, era solo il preludio ad una delle frequenti tempeste tropicali che battevano quei dannati mari e che avevamo finora evitato. Eravamo tutti uomini d’esperienza, e benché i marosi sbattessero la Starry Night a destra e a manca il solido legno britannico e le nostre braccia nodose la domavano alla perfezione. D’un tratto, però, un rintocco di campana si fece largo tra i rumori della burrasca. Non era la nostra, un marinaio sa riconoscere la campana della propria nave. Cercammo a lungo, quando, all’orizzonte, un esile brigantino solcava le acque agitate come se stesse attraversando un lago di burro fuso. Era incredibile. Un’imbarcazione così insulsa, di diverse spanne più piccola della Starry Night eppure così salda tra le onde, come se la tempesta ci fosse solo per noi. Non appena il brigantino ci affiancò lo riconoscemmo subito, era la stessa bagnarola di pescatori fannulloni che avevamo deriso giusto il giorno prima, mentre prendevano in massa il sole, sorseggiando ottimo rum incuranti dei pesci che abboccavano, come si trovassero in una di quelle balorde feste caraibiche. Una condotta ai limiti del blasfemo e inaccettabile. Anche ora, in mezzo alla tempesta, non avevano ancora perso la loro indolenza e ci guardavano sorridendo e salutando con la mano. Di lì a poco, il vento aumentò d’intensità, ma quegli sciagurati non accennavano a mollarci, tanto da urtare la già infima suscettibilità del comandante Carson, finché uno di loro, uno più gracilino e vestito di nero, non fece un cenno con la mano, che autorizzò un pronto marinaio ad issare vessillo pirata. Carson la prese a ridere, erano di molto inferiori in numero ed in potenza di fuoco a noi, e di certo le condizioni del mare non li avrebbero favoriti in uno scontro. Continue Reading »